Giovanni Azzara

#giornalistavaticanista

San Francesco, otto secoli dopo: abbiamo ancora bisogno della sua rivoluzione

È quasi stupefacente capire quanto ancora, dopo ben ottocento anni, San Francesco, il Poverello d’Assisi, Patrono d’Italia, sia estremamente attuale.

Ho sempre pensato a Francesco come a un uomo di pace, un uomo che ama il Creato, l’infinitamente piccolo, per dirla alla maniera branduardiana. Un uomo che ha messo in pratica il Vangelo ogni giorno. Si è veramente messo alla sequela di Cristo, incontrandolo nelle persone che incrociava lungo la sua strada.

La domanda che sorge spontanea, tuttavia, è la seguente: tutto questo, oggi, noi possiamo farlo? Pensandoci bene, viene subito da dire di no. Perché siamo troppo impegnati. Impegnati a controllare quelle maledette notifiche sul cellulare, anzi, sullo smartphone. Perché, per quanto possa essere smart, alla fine sono le macchine che stanno diventando intelligenti. Noi, invece, rischiamo di regredire. O forse già abbiamo iniziato una vera e propria involuzione.

Francesco, probabilmente, vuole insegnarci proprio questo: a rallentare. A porre nuovamente l’attenzione sulle cose piccole, semplici. Sulla natura. Sul vento che ci accarezza il viso mentre camminiamo. A lasciarci riscaldare dal nostro fratello Sole e a farci ristorare dalla nostra sorella Acqua.

Noi, invece, cosa facciamo? Semplicemente, facciamo quasi tutto il contrario. Abbiamo anche il coraggio, nel secolo dell’intelligenza artificiale, di proporre e portare avanti ancora guerre. Di sgomitare nel mondo per accrescere il proprio portafogli. Di utilizzare la violenza come se fosse un fine che giustifica il mezzo. E lo vediamo anche dal piccolo. Tanti giovani vengono lasciati alla mercé di nessuno, in balia della droga, dell’uso smodato dei social network, con famiglie che non seguono in alcun modo i propri figli, lasciati nella morsa della cattiveria più pura. Una società che corre, corre sempre più veloce, ma che troppo spesso non si accorge di chi rimane indietro.

Ma quindi Francesco, è stato, o no, un ribella? Lo è stato eccome. Ma aveva capito che doveva ribellarsi per portare la pace. Senza sguainare spade, senza spargere sangue, senza perpetrare violenza, senza ricorrere a mezzi viscidi.

La sua era una ribellione amorosa. Una ribellione per Cristo. Per il Creato. Per l’uomo. Ed è forse proprio questa la lezione più difficile da comprendere oggi. Siamo abituati a pensare che per cambiare le cose occorra imporsi, urlare più forte degli altri, vincere, prevalere. Francesco ci mostra invece una strada completamente diversa: quella di chi cambia il mondo cominciando da sé stesso, dalla propria vita, dal proprio modo di guardare l’altro e di abitare la terra.

Non è una strada facile. Amare è molto più difficile che odiare. Perdonare è più difficile che vendicarsi. Costruire è infinitamente più difficile che distruggere. Eppure è proprio questa la rivoluzione di Francesco, una rivoluzione senza eserciti, senza armi, senza violenza. Una rivoluzione fatta di fraternità.

Dovremmo provare ad imparare da lui. Ogni giorno. Imparare ad amare nuovamente ciò che abbiamo smesso di guardare: una persona, un albero, un animale, un paesaggio, un fratello, una sorella. Imparare a fermarci, almeno qualche volta, e a sollevare gli occhi dallo schermo per accorgerci che fuori dal nostro smartphone esiste ancora un mondo.

Non abbiamo bisogno, in alcun modo, di altra violenza, abbiamo bisogno di tanti San Francesco. Di uomini e donne capaci di scegliere la pace quando sarebbe più facile scegliere lo scontro; capaci di custodire quando sarebbe più conveniente sfruttare; capaci di amare quando tutto intorno sembra suggerire di diventare indifferenti. Abbiamo bisogno di persone che sappiano prendersi cura delle ferite dell’uomo e di quelle della terra.

San Francesco, Patrono d’Italia, anche oggi può essere una via per imparare ad amare e per tornare a costruire la pace: “La pace che annunziate con la bocca, abbiatela ancor più copiosa nei vostri cuori. Non provocate nessuno all’ira o allo scandalo, ma tutti siano attirati alla pace, alla bontà, alla concordia dalla vostra mitezza”.

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