Giovanni Azzara

#giornalistavaticanista

Confessioni di un viaggiatore qualunque

Prima di cominciare questo piccolo viaggio, se vi va, indossate un paio di cuffie e lasciate che sia la musica ad accompagnarvi. Potete scegliere il vostro brano preferito: Morricone, Einaudi, Bosso… insomma, ciò che più trovate nelle vostre corde, per rimanere in tema musicale. Io, invece, ho scelto Sergio Cammariere. Il brano si intitola Le cose diverse ed è tratto dall’album Il pane, il vino e la visione. Credo, a parer mio, sia la colonna sonora perfetta per queste pagine.

Premessa, chi scrive viaggia dall’età di 1 anno. Dopotutto, chi non ha mai viaggiato? E non parlo necessariamente di attraversare oceani o continenti. A volte basta allontanarsi di pochi chilometri da casa per mettersi in viaggio. Perché alla fine, il viaggio è un vero e proprio stato d’animo, poi chiaramente ognuno lo vive a modo proprio e gli attribuisce un significato diverso. C’è, però, qualcosa di profondamente romantico nel viaggiare. Intendiamoci: non parlo della corsa contro il tempo, dell’ansia di perdere una coincidenza o dello stress delle partenze vissute con il cronometro in mano. Parlo del viaggio quando si concede il lusso della lentezza.

Immaginate di partire in automobile. Poi il treno. Ed è proprio lì che, secondo me, il viaggio comincia davvero. Controlli il biglietto, il capotreno ti augura buon viaggio e, nella migliore delle ipotesi, ti indica la carrozza; il posto, spesso, lo trovi da solo. Ti accomodi nella tua cuccetta e osservi chi dividerà con te qualche ora di strada. Metti anche il solito “ordinario ritardo”, le nostre ferrovie sono esperte nell’arrivare in ritardo, diciamocelo.

Se sei fortunato, nasce una conversazione. Magari timida all’inizio, poi sempre più naturale. Bastano poche battute e degli sconosciuti diventano quasi dei compagni di viaggio, ma questo non succede spesso. Infatti, se invece la simpatia non sboccia, rimane quel lungo e silenzioso accordo non scritto che accompagna tanti viaggiatori fino alla destinazione. Anche il silenzio, in fondo, sa raccontare qualcosa.

Poi si riparte. Un altro treno, un’altra stazione, un autobus di linea che conduce al porto. I controlli, l’attesa, il brusio delle persone e, finalmente, la passerella della nave. È in quel momento che ci si accorge che la meta è ormai vicina. Si sale a bordo con la consapevolezza che, per qualche giorno, il tempo cambierà ritmo. Sembra quasi di ritrovarsi per un qualche motivo, dentro quel meraviglioso romanzo che è Novecento di Alessandro Baricco. All’arrivo, ad attendere, ci sono sorrisi, abbracci, valigie che rotolano e occhi che brillano. La vacanza comincia. Del divertimento, però, parleremo poco. Quello come ben sappiamo, si trova quasi ovunque. Ci sono altri dettagli che meritano di essere osservati.

Gli sguardi, ad esempio.

Le gambe accavallate di chi aspetta senza fretta. I piedi che penzolano distrattamente dal bordo di una panchina. Le mani che si cercano, si intrecciano, si stringono. Le braccia che accolgono in un abbraccio chi non vedevano da tempo. E poi gli occhi. Occhi che ridono, occhi che piangono, occhi pieni di dolore, di gioia, di nostalgia, di speranza. Ed è ovviamente impossibile non domandarsi chi siano tutte quelle persone. Perché stanno viaggiando? Per semplice piacere? Per fuggire da qualcuno? Da qualcosa? O, forse, da sé stessi? Per chiudere definitivamente una pagina della loro vita e provare a scriverne una nuova?

Forse non lo sapremo mai. O forse sì. Ma, in fondo, è proprio il mistero a rendere affascinante ogni volto che incrociamo. Poi arriva la sera. Ed è allora che il viaggio cambia ancora, diventa un sogno.

Dopo cena tra una chiacchiera e l’altra, quasi naturalmente, ci si ritrova sul ponte esterno. C’è chi passeggia senza una meta, chi si ferma ad ascoltare la musica, chi osserva il mare e chi osserva le persone. Gli innamorati parlano sottovoce, gli anziani si tengono per mano come se il tempo non fosse mai passato, le giovani coppie sorridono senza un motivo apparente e qualche adolescente sogna, forse, il primo bacio della sua vita. Chissà… magari proprio in quelle sere qualcuno lo avrà trovato. La mente vola, riflette, la fantasia viaggia, ed è in quel momento che una brezza calda ti accarezza la mano, te la stringe. Lì, lo capisci subito, non sei solo, c’è con te la persona che ami, che sia essa presente su questa terra o meno. Semplicemente c’è.

Tra una passeggiata e l’altra, sul pavimento reso lucido dall’umidità della notte, lo sguardo viene inevitabilmente catturato dalla luna. La sua luce si riflette sul mare scuro, che però non incute timore, ricordandoci quanto sia immenso e profondo. Quella scia luminosa sembra trasformarsi in un filo d’Arianna che conduce verso l’infinito. La luna domina il cielo e il mare, mentre il fumo bianco della nave sale lentamente e sembra quasi incensarla, dividendo il buio della notte. In quel momento ci si accorge che la notte possiede qualcosa che il giorno non avrà mai. Il mare si fa silenzioso, il cielo si riempie di stelle e il tempo sembra rallentare. Le luci lontane dell’orizzonte ricordano che ogni viaggio, anche il più lungo, conduce sempre verso un nuovo approdo.

E quindi, dopo ogni partenza, arriva anche l’ora il ritorno.

Si torna a casa con qualche fotografia in più sul cellulare, con un bagaglio un po’ più pesante di ricordi e con quella sottile malinconia che accompagna dolcemente tutte le cose belle quando finiscono. Ma insieme alla nostalgia c’è anche un’altra certezza: nessun viaggio termina davvero quando si rientra. Finisce soltanto quando si smette di desiderare il prossimo. E noi, questo non lo vogliamo.

Giovanni Azzara

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FOTO IN EVIDENZA: NASA

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