Giovanni Azzara

#giornalistavaticanista

E se la bella stagione fosse l’autunno?

È una notte d’ottobre. Il cielo è nuvoloso, fuori piove lentamente. La temperatura è cambiata: dopo una lunga giornata, comincia a fare freschetto. Sento qualcosa strisciare contro le mie gambe. È quel monello del mio gatto rosso, Nino. Fa le fusa, vuole dormire nel lettone con me. Si sente protetto e, a pensarci bene, anch’io mi sento al sicuro con lui, accoccolato ai miei piedi.

L’estate è finita. Certo, per carità, è sicuramente una delle stagioni più belle dell’anno. Per molti, addirittura, l’unica. La più bella di tutte. Il problema, però, in Sicilia non è soltanto quello che Johnny Stecchino chiamava «ciaffico». Il problema è che, ormai, il cambiamento climatico si fa sentire. Eccome se si fa sentire! Anche troppo. Fa troppo caldo, ammettiamolo.

Forse è anche per questo che l’estate, negli ultimi anni, comincia quasi quasi a essere la stagione più odiata, nonostante ci sia ancora chi insiste con questa storia della bella stagione. Ma siamo proprio sicuri che la bella stagione sia soltanto quella estiva? E se, invece, fosse l’autunno? Fermatevi un attimo. Pensateci bene.

È vero, cambia l’orario. Comincia quella dannatissima diatriba tra ora legale e ora solare. Noi uomini, del resto, siamo riusciti a disturbare persino il sole. L’ora solare, cioè quella naturale, non ci basta, dobbiamo inventarci quella legale per risparmiare. Risparmiamo, almeno in apparenza, salvo poi continuare a fabbricare missili e acciaio mortifero. Così, tanto per dire. Comunque sia, l’ora solare porta inevitabilmente ad accorciare le nostre giornate. Ma, suvvia, dormiamo un’ora in più! Piangiamo con un occhio solo, almeno. E poi, diciamolo, l’autunno è pieno di cose belle da fare, da vedere e da mangiare.

Ci sono le zucche, anche se a me onestamente non piacciono. Eppure, devo riconoscerlo, sono una fonte inesauribile di ricette culinarie interessanti, talvolta persino succulente. Beati coloro ai quali piacciono. Non vogliatemene per questo!

Si celebra San Francesco d’Assisi, il Poverello, patrono d’Italia. Il primo grande innamorato del creato, colui che, a distanza di otto secoli, continua a insegnarci ad amare ciò che ci circonda. Il problema è che noi siamo sordi. Ahimè, sì: non sentiamo. O meglio, siamo sordi a convenienza. Quando c’è un tornaconto personale, riusciamo a udire anche i suoni più impercettibili. Quando, invece, dobbiamo ascoltare chi prova a condurci sulla retta via, niente da fare! Preferiamo quella più facile, più scorrevole e, probabilmente, anche quella più oscura.

Eppure cambiare, chiaramente per diventare migliori, non è poi così difficile. Basta imparare ad amare.

Francesco questo ha voluto lasciarci: l’amore. Quell’amore capace di muovere ogni cosa, come ci ricorda anche Dante. Ve lo ricordate? Andatevi a rileggere la Divina Commedia. In casa, da qualche parte, l’avrete sicuramente. E se non l’avete, procuratevela: non è mai troppo tardi per fare pace con i grandi classici! L’amore ci insegna a guardare la natura con occhi diversi. Ci fa ammirare, tra le altre cose, il foliage delle Madonie e dei Nebrodi, le distese sconfinate dei boschi della nostra Sicilia ferita. Una terra tartassata, flagellata, ridotta in brandelli, violentata. Da chi? Non nascondiamoci dietro un pollice: chiaramente da noi. Noi siciliani. 

Eppure, guardatela, lei è sempre lì. È come una madre che continua ad attendere il figlio smarrito lungo le strade della vita. Una madre pronta ad accoglierlo, a offrirgli ancora il suo nettare più buono, i suoi odori, i suoi profumi. Noi, invece, troppo spesso, sembriamo impegnati e interessati soltanto a calpestarla. Dovremmo avere più rispetto di questa terra. Una terra che ci regala prelibatezze invidiate in ogni parte del mondo e che qualcuno, con una certa presunzione, vorrebbe persino replicare o falsificare. Ma vogliamo capirlo, una buona volta, che certe cose non saranno mai neppure lontanamente uguali?

Il sole, la terra, l’aria, l’acqua, l’erba. Tutto contribuisce a rendere unica la nostra Sicilia. Non è soltanto una questione di ingredienti, di ricette o di marchi da apporre sulle confezioni. È una questione di storia, di clima, di mani, di tradizioni. È quella combinazione irripetibile che fa sì che un prodotto nasca proprio lì, in quel preciso lembo di terra, e non altrove.

E l’autunno, in tutto questo, è una promessa.

È il tempo dell’attesa, della preparazione silenziosa, di ciò che deve ancora venire. Pensiamo al profumo del mosto che aleggia nei paesi, a quell’aspro odor dei vini di carducciana memoria. Pensiamo ai campi appena seminati, alle olive che si preparano a regalarci il loro olio, alle api che finalmente possono concedersi una pausa dopo una lunga stagione di lavoro. Pensiamo agli alberi che ci offriranno i frutti invernali, agli animali che si preparano al letargo, all’acqua delle fonti che si rigenera e torna a dare vita. Anche alle pozzanghere, sì, proprio a quelle! Perché persino lì, dove noi vediamo soltanto un ristagno d’acqua e un po’ di fango, la vita può trovare il modo di ricominciare. Quasi per miracolo.

E poi, al termine della giornata, un miracolo: arriva la sera. Immaginate di essere in un paese delle nostre Madonie, o della valle del Torto. Si sente il verso dolce dell’allocco, mentre dentro casa il camino scoppietta e diffonde quel calore che non è soltanto una questione di temperatura. È un calore che sa di famiglia, di casa, di cose antiche che resistono al tempo. Fuori, la luna illumina il torrente e le strade di campagna. Le mucche, le pecore, gli agnellini, i pulcini, i cani e i cavalli riposano nella stalla, sulla paglia che fa loro da coperta, in attesa del nuovo giorno. Gli alberi, silenziosi, sembrano desiderosi di essere abbracciati. E perché no? Provateci davvero. Abbracciate un albero. Anche se qualcuno vi prenderà per pazzi. Fermatevi qualche istante, chiudete gli occhi e ascoltate. Non aspettatevi effetti speciali, né che vi arrivino messaggi dal cielo. Ma provate a mettere da parte, anche solo per un momento, la fretta, il rumore, le notifiche del telefono e tutte quelle urgenze che spesso ci inventiamo per non restare soli con noi stessi. Forse non accadrà nulla di straordinario. O forse scoprirete che qualcosa, dentro di voi, si è finalmente calmato. Anche questa è una piccola magia.

L’autunno, allora, non è soltanto la stagione delle foglie che cadono, delle giornate che si accorciano e del freddo che comincia a farsi sentire. È un tempo di calma, di raccoglimento, di rinascita e di attesa. Ci insegna che non tutto deve fiorire subito, che anche il silenzio ha una sua funzione e che, qualche volta, perdere qualcosa significa semplicemente prepararsi a ritrovarla in una forma nuova.

L’autunno, ad esempio, attende l’inverno, ma soprattutto ci accompagna verso il Natale. Quel momento incredibile in cui, per chi crede, il Salvatore torna a nascere. Per me, per noi, per voi, per tutti. Un Dio che sceglie la fragilità di un bambino, la povertà di una mangiatoia e il silenzio di una notte per ricordarci che le cose più grandi non hanno bisogno di fare rumore. Ma questa, come si dice, è un’altra storia.

Per stanotte mi basta il cielo piovoso d’ottobre, l’aria fresca che entra dalla finestra e Nino che fa le fusa ai piedi del letto. Perché poi, forse, la bella stagione è quella in cui impariamo a sentire meglio il calore delle cose che contano davvero. Spengo la luce, buonanotte.

Giovanni Azzara

© Copyright all rights reserved

Tutti i diritti sono riservati. È vietata qualsiasi utilizzazione, totale o parziale, dei contenuti inseriti nel presente portale, ivi inclusa la memorizzazione, riproduzione, rielaborazione, diffusione o distribuzione dei contenuti stessi mediante qualunque piattaforma tecnologica, supporto o rete telematica, senza previa autorizzazione scritta di Giovanni Azzara e dalle testate giornalistiche alle quali l’autore vorrà cedere le sue opere.

Le citazioni o le riproduzioni di brani di opere effettuate nel presente sito Internet hanno esclusivo scopo di critica, discussione e ricerca nei limiti stabiliti dall’art. 70 della Legge 633/1941 sul diritto d’autore, e recano menzione della fonte, del titolo delle opere, dei nomi degli autori e degli altri titolari di diritti, qualora tali indicazioni figurino sull’opera riprodotta. Per eventuali rettifiche e per segnalazioni si prega di inviare una e-mail all’indirizzo: azzaragiovanni91@gmail.com.