Sono passati 58 anni da Apollo 8, la missione della NASA che per prima portò degli esseri umani oltre l’orbita terrestre, fino alla Luna e ritorno. A quel tempo sembrava pura fantascienza. E invece, tutto ciò, accadde davvero ed era solo l’inizio.
Fu un viaggio epocale, aprì una nuova strada, una nuova frontiera infatti, appena sette mesi dopo, il 16 luglio 1969, queste due rette divennero storia: Neil Armstrong e Buzz Aldrin posarono piede sulla superficie lunare, mentre Michael Collins restava in orbita a bordo del modulo di comando Columbia, pronto a riportarli a casa sani e salvi, e sicuramente da eroi.
Oggi, a distanza di quasi sei decenni, quel sogno si è profondamente riacceso. La missione Artemis II rappresenta il ponte tra passato e futuro, ed è, per molti aspetti, la più simile proprio ad Apollo 8: niente allunaggio, ma un viaggio umano attorno alla Luna, un ritorno scientifico, per certi versi anche simbolico e sicuramente concreto allo spazio, quello più lontano da noi.
A bordo, prima dell’SLS Block1, poi dell’Orion, quattro astronauti: Reid Wiseman, Victor Glover, Christina Koch e Jeremy Hansen. Per 9 giorni, 1 ora e 32 minuti, ci hanno tenuti con il fiato sospeso, accompagnandoci in un viaggio che non è stato solo loro, ma un po’ di tutti noi. Hanno percorso oltre 694.000 miglia, spingendosi più lontano di qualsiasi essere umano nella storia, superando perfino il record stabilito dagli astronauti di Apollo 13.

Eppure, la vera differenza rispetto al passato non sta solo nei numeri, sta probabilmente nel modo in cui abbiamo vissuto questa nuova incredibile missione.
Nel 1968 si ascoltavano le radio, in modulazione di frequenza e in onde medie, le tv erano in bianco e nero, fino al 2026. Oggi infatti, con un semplice smartphone in mano, abbiamo visto tutto: sguardi, abbracci, concentrazione, gioia e con essi abbiamo anche immaginato qualche momento di tensione, inevitabile se pensiamo all’infinità dell’universo e la distanza dalla Terra alla Luna. In poche parole è cambiato il linguaggio della tecnologia, ma non quello dell’emozione.
In tal senso, per nove giorni siamo stati lì, anche noi, a bordo della capsula Orion. Come dei veri e propri astronauti, mentre guardiamo avanti al futuro, il pensiero non può che fare un passo indietro al passato. A quella notte del 1969, raccontata in Italia dalla voce di Ruggero Orlando collegato da Houston, in dialogo con Tito Stagno, fino a quando quest’ultimo pronunciò la celebre frase: “Ha toccato!”, consegnando all’eternità uno dei momenti più intensi del Novecento, più in generale per la storia dell’umanità.
E se ci fermiamo per qualche istante a pensarci, gli occhi si fanno lucidi. Non possiamo non ricordare chi ci ha raccontato quei momenti, i nostri nonni, le mamme, i papà, tutti noi fermi ad ascoltarli in religioso silenzio. Adesso però, siamo entrati in un nuovo futuro.

L’attenzione è infatti tutta rivolta a Artemis III, prevista nei prossimi anni, che riporterà l’uomo sulla superficie lunare, dove metterà piede per la prima volta anche un astronauta italiano. Sarà una missione complessa secondo quanto riporta la NASA: la capsula Orion, lanciata dal potente razzo SLS, dovrà agganciarsi a sistemi spaziali progettati per consentire il nuovo allunaggio. Poi sarà il turno di Artemis IV, che punterà verso il Polo Sud della Luna, una delle zone del nostro satellite più affascinanti e inesplorate. Lì, tra ghiacci e ombre eterne, gli astronauti raccoglieranno dati, campioni, conoscenza.
Nel frattempo, vogliamo fermarci qui? Noi tutti possiamo continuare a fare ciò che l’uomo ha sempre fatto: alzare gli occhi al cielo, pensando ancora alle parole del Salmo 8, pronunciate proprio da Buzz Aldrin durante la missione Apollo 11:
“Se guardo il tuo cielo, opera delle tue dita,
la luna e le stelle che tu hai fissate,
che cosa è l’uomo perché te ne ricordi
e il figlio dell’uomo perché te ne curi?”
E chissà, forse è proprio qui la chiave di tutto, nella piccolezza dell’uomo davanti all’infinito, e nella sua straordinaria capacità di sognarlo, raggiungerlo, e tornarne per raccontarlo.

Giovanni Azzara
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FOTO IN EVIDENZA: NASA

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