Care amiche, cari amici,
ho una certezza: Cristo è risorto.
Proprio così. Potrà sembrare qualcosa di lontano dalla nostra realtà, quasi estraneo a ciò che viviamo ogni giorno, eppure è una verità che attraversa i secoli e arriva fino a noi con una forza sorprendente.
E forse, proprio quest’anno, in questo caos mondiale, abbiamo ancora più bisogno di aggrapparci a questa certezza.
La Pasqua che celebriamo è segnata, ancora una volta, dal dolore come purtroppo ben sappiamo. Il mondo appare ferito, attraversato da conflitti, da guerre che sembrano non avere fine, da tensioni che alimentano odio e divisione. In tante parti della terra — e in modo particolare, oggi più che mai, nella martoriata Terra Santa — si continua a versare sangue innocente. Luoghi che dovrebbero essere simbolo di pace e di incontro diventano invece teatro di scontri, sofferenze, disperazione.
E mentre guardiamo a questi scenari così lontani ma allo stesso tempo così vicini, non possiamo non riconoscere che anche nelle nostre realtà quotidiane, più piccole e apparentemente tranquille, spesso si annidano divisioni, rancori, egoismi. È lì, nel quotidiano, che si gioca la vera sfida.
Eppure, a distanza di millenni, il messaggio di Cristo resta limpido e disarmante: amore. Sì, proprio amore.
Nessuno mai ha parlato di odio, nessuno ha insegnato la guerra come via di salvezza. Ci avete mai fatto caso? È l’uomo, purtroppo, che sceglie la strada della violenza, per convenienza, per superbia, per sete di potere. Cristo, invece, indica una via diversa, radicale, potremmo dire controcorrente: quella dell’amore che costruisce, che perdona, che ricuce ciò che è stato spezzato.
E tutto questo, forse, sarebbe anche più semplice – o almeno più possibile – se solo si partisse dal piccolo, dalla nostra vita di ogni giorno. Dalle parole che scegliamo di rivolgere alle persone, dai gesti che compiamo, dalle relazioni che viviamo. Se imparassimo davvero ad aiutarci invece di distruggerci, a volerci bene invece di coltivare rancore. Perché, in fondo, basta poco per avvelenare il cuore, ma serve altrettanto poco per iniziare a guarirlo.
Vogliamo dunque che la pace, allora, sia un mero slogan? Non può essere solo una parola pronunciata nelle occasioni solenni, troppo facile e sbrigativo. Siamo stanchi di parole vane e sterili. La pace va costruita, giorno dopo giorno, con scelte concrete, con responsabilità, con coraggio, non con le bombe, siano esse vere o lanciate dalla lingua.
Ecco perché questo vuole essere un augurio autentico, profondo, che nasce dalla Pasqua e guarda al mondo intero: agli ultimi, ai dimenticati, ai diseredati, ai malati, agli oppressi, ai perseguitati, agli esclusi; a chi non crede, a chi dubita, a chi cerca;
a tutti coloro che sono schiacciati dal peso delle guerre e delle ingiustizie.
A ciascuno giunga l’augurio più bello: quello dell’amore.
Perché, al di là di tutto, la certezza resta una sola, incrollabile: Non est hic, sed resurrexit!
Giovanni Azzara
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