È un giorno di dolore quello di oggi, ma anche un’alba di speranza, come ha ricordato il cardinale Pierbattista Pizzaballa, patriarca latino di Gerusalemme.
In questo momento di profonda commozione, risuona forte uno degli insegnamenti più cari di Papa Francesco: mai perdere la speranza. Essa è la luce che deve guidarci ogni giorno, senza mai abbandonarci, pronta a rischiarare anche le notti più oscure.
La speranza è stata il filo rosso del suo pontificato. Una speranza concreta, fatta di mani tese, di abbracci agli ultimi della Terra, di gesti silenziosi e potenti. I poveri, gli emarginati, gli ammalati, i migranti, i rifugiati, le vittime della guerra e della fame: sono stati loro il vero centro del suo cuore di Pastore. Egli ha infatti cercato gli occhi dei sofferenti, ha asciugato lacrime invisibili, ha ridato dignità a chi il mondo aveva dimenticato, lasciato ai margini della società.
Con parole che spesso sembravano carezze e insieme scosse violente, ha denunciato l’indifferenza, il cinismo, l’idolatria del denaro e del potere. E ha costruito ponti dove altri alzavano muri. In un tempo di divisioni e conflitti, la sua voce si è levata alta e chiara: “Che si faccia tacere le armi ovunque e si ascolti il grido dei popoli che chiedono la pace“.
Tutti i potenti della Terra si sono inchinati davanti a quell’uomo vestito di bianco, simbolo vivente di una fede che non si impone, ma si propone, che invita a camminare insieme, a custodire la Terra, a prendersi cura gli uni degli altri. Oggi, nel veder dialogare Donald Trump e Volodymyr Zelensky all’interno della Basilica di San Pietro, a pochi passi dalla tomba di Francesco, nasce un sentimento nuovo.
Forse è proprio questo l’ultimo prodigio, un ultimo gesto, del Papa della speranza: aver seminato nel cuore dei potenti la possibilità di scegliere la pace, di deporre finalmente l’odio, di ricominciare a parlarsi come fratelli.
Che questo seme germogli davvero. Che l’umanità, straziata da guerre senza senso, trovi il coraggio di cambiare strada. Non servono nuove armi, nuovi confini, nuove vendette. Servono mani aperte, strade da percorrere insieme, sogni da costruire per chi verrà dopo di noi. Papa Francesco continuerà a guidarci, anche ora che il suo cammino terreno si è concluso. La sua voce, il suo esempio, la sua fede resteranno con noi, scolpiti nelle coscienze di chi crede ancora che un altro mondo sia possibile.
Ora è il tempo di fermarsi. È il tempo di ripartire, costruire un mondo di pace e speranza. Ascoltate la voce dei giovani, che sono il futuro. Custodiamo la nostra casa comune – la Terra – che geme sotto il peso dell’egoismo umano. Amiamo di più, giudichiamo di meno, sogniamo ancora, sogniamo insieme, come Papa Francesco ci ha insegnato.
Perché la speranza non muore mai.
E oggi, proprio oggi, è l’alba di un mondo nuovo.
Giovanni Azzara
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